Ora che sta finendo

Ho 62 anni e da 40 circa frequento a vario titolo gli ospedali, ma un momento così non lo avevo mai nemmeno immaginato.
Da buon padre di famiglia ho reputato giusto andare ad intubare i primi due sospetti COVID arrivati nel mio ospedale, sia per dare l’esempio ai giovani, sia per capire quali potessero essere i problemi.
Mi sono quindi bardato secondo quelle che erano le indicazioni degli “esperti” (ma poi da dove nasceva questa esperienza???): Mascherina FP3, occhiali coprenti, tuta per protezione biologica, doppi calzari, visiera, tripli guanti….. e sono entrato nell’area sospetti COVID. Primo problema : ad assistere i sospetti COVID i geni della MECAU avevano delegato la collega più giovane e dolce e un infermiere entrato in organico 10 giorni prima. Quando hanno riconosciuto sotto la “corazza” il Primario della Rianimazione sono andati ancora più nel panico : Professore, ma che ci fa qui???. Cosa volete che faccia, ragazzi?? diamo uno sguardo al paziente…..
E qui il secondo problema : “uomo di 45 anni, sovrappeso, ma nemmeno quella cosa esagerata. sveglio, cosciente, polipnoico, ma non dispnoico. con maschera di Venturi al 60% e saturazione del 80%. “Proviamo a mettere un casco?”. OK. Spiego in dettaglio al paziente che gli metteremo un casco tipo astronauta che terrà l’aria sotto pressione nei suoi polmoni e quindi ne passerà più nel sangue, facendolo sentire meglio. “Guardi dottore che io non mi sento così male, ho solo un pò di fiato corto e mi gira la testa.
Mettiamo il casco e la saturazione da 80% scende a 70%….. Il paziente si agita e adesso comincia davvero ad essere dispnoico. “dottore , stavo meglio prima”. “Aspetti un attimo, si adatterà ed andrà meglio”. -Ragazzi ripetiamo un EGA. due minuti e arriva il riscontro pO2: 38 mmHg!! (non è venoso).
Adesso le togliamo il casco e vediamo che succede. Succede che la saturazione scende a 65% e i miei due compagni di stanza mi guardano aspettando decisioni salva vita.
“Intubiamo”. Informo il paziente (che per avere 65% di saturazione è fin troppo cosciente). Dottore posso chiamare mio fratello? ho il mio telefonino. Si, certo, ma faccia presto.
Compone il numero: occupato. Lo ripete dopo 10 secondi, ancora occupato. Dopo 30 secondi ancora occupato. Perchè non avvisa qualcun altro? Non ho altri parenti così prossimi. Sat 60%. Ancora un tentativo, ancora occupato.
Guardi sarebbe opportuno intubarla subito, non vorrei che diventasse troppo ipossico, OK dr, ma lo avvisa lei?. Ma certo.
Diprivan, fentanest, curaro e intubazione. Risale subito a 85%. ma qui comincia il secondo tempo di questa odissea.
La collega e l’infermiere sbarbatello non sanno nemmeno come si accende un ventilatore, come si fissa un tubo orotracheale, come si decontamina un paziente. Urlo ad un infermiere che sta dall’altra parte della porta di avvisare in Rianimazione che portassero giù tutto per fare un trasferimento protetto COVID in reparto (avevamo messo su un mezzo protocollo). Intanto il paziente desatura 80-70-60-50%. Controllo il ventilatore: fa i volumi, non da allarmi, compliance buona. Nel dubbio lo ricollega al manuale e recupero qualcosa (80%). Passo l’AMBU all’infermiere che lo prende come se potesse scoppiargli in mano. Controllo il ventilatore ma non trovo niente di sbagliato. MAH. Intanto comincio a vedere sempre meno: gli occhiali si appannano, il mio respiro è ostacolato dalla mascherina, un pò di sudore cola dalla tuta sulla fronte. MI ricordo le parole dell’infettivologo che ci ha fatto un ministage: NON TOCCATEVI IL VISO O GLI OCCHI PER NESSUN MOTIVO. E più ci penso e più aumenta il disagio.
Ricolleghiamo il paziente. La saturazione mantiene sugli 80%. Accettabile. Do un’altro urlo all’infermiere nell’altra stanza: Hai avvisato in RIA??? Certo Prof, ma stanno organizzando per la barella e il ventilatore. E quanto ci vuole??
Per ingannare il tempo che sembra non passare mai decido di spogliare il paziente e lavarlo con amuchina e soluzione idroalcolica. Impegniamo così altri dieci minuti insieme ai due ragazzi (oramai li ho adottati…). Ma alla fine del lavaggio ancora nessuna traccia della barella rianimazione.
Stavolta urlo davvero. sono stremato e voglio togliermi da dosso questo scafandro , lavarmi la faccia e stropicciarmi gli occhi. Mi seggo sul letto del paziente. Poi mi alzo di scatto: meglio evitare.Finalmente arriva la barella. Altri dieci minuti per passarlo e consegnarlo all’altra equipe.
Passiamo nella stanza svestizione. Ci controlliamo a vicenda cercando di ridurre gli errori: Abbiamo tutti e tre la sensazione che da questa fase dipende la vita nostra e di tutti i nostri familiari.
In qualche modo questo incubo finisce. MI manca solo di rispettare la promessa fatta al MIO paziente: avvisare il fratello : Prendo il suo cellulare con due paia di guanti e dopo averlo lavato con soluzione idroalcolica. MI chiede il PIN. MI sento perso. Saluto i due ragazzi che fanno per abbracciarmi come un reduce “grazie prof, se non c’era Lei non ce l’avremmo fatta” (??? ma a fare cosa??).
Vado in reparto e cerco nella cartella un numero di telefono, un recapito…. niente!!
Avvisiamo la polizia. A sera arriva il riscontro del tampone: Positivo, deve andare al Cotugno.
Parte, e con Lui il mio senso di sconfitta.
Morirà dopo 4 giorni. Non ho mai saputo se avessero avvisato il fratello.
Ancora oggi mi chiedo se non potevo aspettare ancora qualche minuto prima di spegnere la sua coscienza con 160 mg di Propofol, o se più semplicemente avrei dovuto rispettare quella sua saturazione del 80% con maschera di Venturi.

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