Natale siete voi. Grazie.

Natale 2020.
…il mio pianto è per voi, infermieri e operatori per la salute: tutti. “Eroi”, “angeli” in primavera, “untori” e da aggredire, già in autunno; con la tragedia montante, ampiamente prevedibile, peggiore della prima, ma troppo ignorata con supponenza ed insofferenza.
Troppa parte di questo paese non vi merita.
Gli avete salvato la vita, con amore e dedizione; vi siete reinventati tecnici, facchini e factotum per rivoltare gli ospedali come calzini e prendervi cura di tutti per quanto possibile umanamente. Avete buttato l’orologio e offerto disponibilità totale.
Riconoscimenti solo orali, tardivi e di breve durata. In molti casi, proprio retorici.
Avete stravolto i vostri corpi, le vite vostre e dei vostri affetti, nel terrore della morte e, fuori, non si intende rinunciare all’aperitivo e si snobba quel po’ di mascherina.
Il mio pianto è per voi, per le vostre lacrime sui morti per cui avete lottato e che avete accompagnato; per il vostro struggimento. Per essere costretti a constatare amaramente – qua fuori – tanta voluta ignoranza della sofferenza umana e tanto, troppo, irresponsabile rischio.
Il mio pianto è per i poveri morti nella solitudine a causa di un sistema sanitario, universalistico, ma picconato dalla insipienza, dalla superficialità, dal disprezzo aprioristico, continuo e pigro dei più.
Adesso altri infermieri servirebbero e, guarda caso, non ci sono; …i respiratori non sono alimentati solo dalla corrente elettrica e il posto-letto non è solo un luogo…
Il mio pianto è per voi, infermieri e operatori che siete morti per prendervi cura di sconosciuti.
La speranza di futuro può fondarsi solo in coloro che credono nel prendersi cura degli altri.
Infermieri e operatori per la salute tutti, questo Natale siete voi. Grazie.
Non abbandonateci.

La paura non può essere sana?

Non avevo la minima idea che esistesse uno spazio simile, tante volte tornando a casa dall’ennesimo turno pensavo di scrivere qualcosa e che qualcosa in questo modo sarebbe rimasto non solo per me ma per chiunque, per raccontare.
Perchè io non capisco una cosa: perchè non si racconta davvero? perchè tutti i racconti diffusi ai più sono sempre romanzati, edulcorati, lontani dalla realtà, come se stessimo leggendo un libro o guardando un film?
I racconti, quelli veri, dove finiscono? forse qui, ma andrebbero diffusi. Non si tratta di spaventare, o fare politiche del terrore ma raccontare: RACCONTARE LA VITA E LA MORTE.
raccontare una calamità naturale che si sta verificando e si verificherà ancora, che potrebbe attaccare chiunque, in qualunque stato, in qualunque classe sociale. E quindi è giusto sapere, conoscere, perchè il paziente deve AUTODETERMINARSI, ma solo avendo in mano le giuste conoscenze.

Oggi mi chiama S., mentre sono in servizio, non riesco a rispondere e trovo 20 chiamate al termine del turno. La richiamo. “Ciao, mia mamma ha la febbre e non riesco a convincerla a venire in PS”, il mio pensiero va subito ai centinaia di accessi impropri che vengono fatti quotidianamente solo per anticipare l’esecuzione di un tampone, e forse la madre aveva anche ragione. “Provale una saturazione così vediamo se è davvero necessario” le consiglio… hanno un saturimetro a casa, mi riferisce un 89% a letto, donna di 65 anni, senza copatologie, assolutamente eupnoica, le parlo al telefono, conclude le frasi senza deficit e non appare affaticata “ok, provate a cambiare dito, a scaldare le mani e vediamo “… 88%.. le faccio chiamare il 112. La portano in codice giallo nel mio PS, io ovviamente non ero più in servizio e contatto i colleghi in turno per ottenere informazioni. La donna presenta un EGA piuttosto scoraggiante, parlano già di casco a 3 minuti dall’arrivo. Leggi tutto “La paura non può essere sana?”

Una lettera per i parenti dei pazienti ricoverati in Terapia Intensiva

Gentilissimi, parlo a nome di tutto il gruppo della rianimazione 1 COVID dell’ IRCCS Policlinico San Donato di Milano di cui ne sono il referente.
Dopo l’ esperienza umana ricchissima, sebbene drammatica, di marzo ci risiamo.
Non abbiamo voluto come gruppo perdere il valore che quelle settimane, pesanti ma cariche di umanità, dolore, gioia, rapporti personali e professionali riscoperti nel sopore di una apparente monotona normalità ci ha donato.
Abbiamo riaperto da 2 settimane e non vogliamo perdere tempo nel riagganciare subito il rapporto con i famigliari dei nostri pazienti.
Questa pandemia ci ha insegnato innanzitutto che siamo dipendenti e fragili. Nella dipendenza siamo costretti ad affidarci agli altri.
Con questa lettera abbiamo voluto dare un segnale di speranza e di fiducia in questo affidarsi. Nessuno è solo.
Vogliamo sottolineare che il nostro lavoro diamo per scontato che lo facciamo bene, non da eroi ma da professionisti. Quello che invece abbiamo reimparato e su cui ci siamo rimessi in gioco da marzo è soprattutto quello per cui ci sentiamo di affermare che chi ci viene affidato deve trovare in noi uno di famiglia.
Nella prima fase dei ricoveri, dove le notizie vengono attese ore con angoscia e incertezza, l’ idea di dare dei punti di riferimento ai parenti dei pazienti ci è sembrato il modo migliore per aiutare a iniziare questo cammino che spesso è lungo e incerto.
E’ nato cosi il testo che allego e la relativa lettera allegata (che per altro contiene il link a Intensiva.it e vissuto.intensiva.it
Ho avuto grandi maestri frequentando il gruppo di Bioetica della SIAARTI e con cui dall’ inizio della pandemia mi sono confrontato più volte. Grazie al confronto è nato il desiderio di riportare la nostra terapia intensiva ad un livello “aperto” compatibilmente con le restrizioni di legge.
Vorremmo riavvicinare l’ umanità che abbonda ma che non fa notizia al tecnicismo che viene raccontato in televisione e che da solo non è sufficiente ad accompagnare i nostri malati e i loro famigliari soprattutto quando guarire diventa impossibile ma curare obbligatorio.
Grazie dell’ occasione che ci date.

“Pur nella drammaticità della situazione vi proponiamo questa lettera che vuole essere un pò la nostra presentazione che sostituisce quello che è il primo incontro tra il personale della nostra Terapia Intensiva e i famigliari dei nostri pazienti.
Come troverete indicato seguiranno differenti modi per cercare di conoscerci e tenerci in contatto”

Scarica la lettera

Gli occhi dei pazienti

In questo periodo l’elemento che fa più male è la consapevolezza negli occhi dei pazienti. Durante questa seconda ondata quando gli comunichiamo dentro quel casco che verranno intubati, i loro occhi sanno già che quel tubo vuol dire solo una cosa: 50% di mortalità. Alcuni te lo comunicano con gli occhi, altri te lo gridano. Un paziente mi ha chiesto che giorno era perchè così avrebbe saputo che quello era il giorno della sua morte. Ho cercato di rinfrancarlo giurandogli che si sarebbe risvegliato ma sapendo in cuor mio che al 50% sarebbe stata una bugia. Dopo l’intubazione 3 giorni dopo si è risvegliato tracheostomizzato e ho scherzato con lui e sulla sua poca fede. Purtroppo dopo 4 giorni (aveva una seria cardiopatia ischemica) è deceduto di infarto. Da quel momento mi viene sempre più difficile farmi coraggio e comunicare con gli occhi a quei pazienti che bisogna credere anche a quel 50% in cui potranno essere presi in giro a vita per la loro titubanza.

In Rianimazione dobbiamo dare noi il colore come fossimo artisti

Mi trovo nuovamente travolta da una realtà che non so’ se riuscirò a fronteggiare come la prima volta, una famiglia da gestire da sola, un marito assente preso dalla sua sfrenata carriera, mai a casa neppure di fronte ad un momento tragico da sopportare per noi Anestesisti/Rianimarori, per sua moglie.
Un sorriso da portare a casa sempre per la serenità che devo comunque dare alle mie bimbe nonostante il disagio e la solitudine che sento dentro alienata da ore di lavoro senza sosta confinata in quelle tute che mi imprigionano e fanno mancare il respiro.
E ora mi trovo a dover fronteggiare tutto da sola perché lui non c’è più il mio amato Primario che con passione e gioia mi aveva sempre sostenuto realizzando insieme tanti progetti. I suoi occhi mi guardano dall’alto ma non riesco a trovare la forza di reagire lui ha deciso di farla finita un giorno ad Agosto è ancora non me ne faccio una ragione, poco dopo la fine della prima ondata.
Senza motivo forse si trascinava dietro la stanchezza della pandemia che ci aveva travolto la prima volta. Ci incoraggiavamo a vicenda. Ma forse non ho fatto abbastanza non mi sono accorta che stava così male. Ed ora mi trovo qui a piangerlo sentendomi sola e non sapendo dove trovare la forza per fronteggiare questa nuova tragica esperienza. Leggi tutto “In Rianimazione dobbiamo dare noi il colore come fossimo artisti”

Quale dolore è più forte? Quello di chi riceve un tremendo e inaspettato pugno in faccia o quello di chi quel pugno l’ha già ricevuto e ne vede arrivare un secondo, senza possibilità di difesa?

Questa sera mi ha chiamato un amico che non sentivo da tempo. Un medico d’urgenza di quelli bravi, noti, che fanno scuola. Vive in un luogo che non è stato colpito dalla “prima ondata”.
Quando gli ho chiesto “Come stai?” mi ha raccontato di una signora che è entrata nella sua saletta in Pronto Soccorso nel pomeriggio, gli ha parlato dalla barella, e dopo mezz’ora era già morta, senza che lui riuscisse a far nulla. Ho avvertito sgomento nelle sue parole. E per un momento ho sentito la sua voce rompersi.
Mi ha ricordato le stesse scene vissute da me e tanti altri a marzo e aprile. Che ricomincio a vivere in questi giorni.
Mi sono chiesto quale dolore sia più forte: quello di chi riceve un tremendo e inaspettato pugno in faccia, come me a marzo e lui oggi, o quello di chi quel pugno l’ha già ricevuto e ne vede arrivare un secondo, senza possibilità di difesa? Leggi tutto “Quale dolore è più forte? Quello di chi riceve un tremendo e inaspettato pugno in faccia o quello di chi quel pugno l’ha già ricevuto e ne vede arrivare un secondo, senza possibilità di difesa?”

Vi aspettiamo sul divano

Pensavano non fossimo medici, han scoperto che esistiamo. Ci han definito eroi e dopo due mesi ci han sputato in faccia dandoci degli assassini.
Ci chiedono di rinunciare alle ferie, di lavorare di più ma pagati di meno.
Voi pensate che ciascuno di noi abbia ricevuto 1000€ per ogni paziente covid visto da lontano, chissà quale aumento sullo stipendio e le vacanze pagate alle Fiji. La verità é che prima e dopo covid non é cambiato nulla, siamo ancora qui a lavorare come prima per lo stesso stipendio, solo più stanchi.
Ma guadagnare come (o meno) di un idraulico facendo il medico pare sia giusto, maledetti provilegiati che avete studiato 12 anni per arrivare dove siete!
Adesso in Italia vogliono formare dei rianimatori in 2 mesi, in Francia degli OSS in 15 giorni, degli infermieri di rianimazione in 48 ore.
Ragazzi bene.
Ma perché non vi curate direttamente da soli, così risparmiate in avvocati e ci lasciate vivere in pace? Noi siamo in debito di un lockdown, vi aspettiamo sul divano, no problem.

Mi hanno dato dell’angelo, mi hanno dato del diavolo…

Io non volevo scrivere ciò che state per leggere; ci ho pensato per qualche giorno, ho provato a resistere ma non ce l’ho fatta quindi l’ho scritto ma con fastidio e disagio, come quando hai il cagotto e sei in discoteca. Avete presente le discoteche? Quelle dove si va a ballare? Ah no?! Ah non si può? …
Tornando a ciò che stavo dicendo, alla fine ho partorito quanto segue: mettetevi comodi che a sto giro”la tocco piano”.
Come il pessimo sequel di un brutto film la famigerata seconda ondata è arrivata. Ce la siamo voluta, l’abbiamo cercata, si è fatto di tutto per averla ed alla fine l’abbiamo ottenuta! Complimenti vivissimi. Certo, sarebbe arrivata comunque ma l’estate del”non ce ne sono coviddi”ci ha presentato il conto facendola iniziare un po’ prima e tutta di colpo (di nuovo), con tutto l’autunno e l’inverno davanti! Applausi a noi! Leggi tutto “Mi hanno dato dell’angelo, mi hanno dato del diavolo…”

Gli eroi muoiono

Gli eroi muoiono

Partire dalla mia Sicilia per stare accanto ai colleghi della Lombardia è stata una delle esperienze più forti e destabilizzanti della mia storia professionale e privata. Nella mia regione non abbiamo vissuto la quantità di casi ma abbiamo vissuto la realtà della malattia e della solitudine .
Vivo in una terapia intensiva da 26 anni e mai mi ero ritrovata a guardare in faccia il mio limite umano e professionale,gli occhi dei pazienti che ,quando si svegliavano,avevano paura sconforto . Loro non sapevano chi io fossi non avevano idea del mio viso delle mie mani del mio calore
Ma guardavano i miei occhi e capivano che ero li per loro
ma non per me, lo so è brutto dirlo, avrei voluto essere altrove a dar sfogo alla mia paura al mio sconforto, ma non potevo.
Avrei davvero votuto far capire a tutti il motivo delle mie lacrime senza motivo, avrei voluto far capire al mondo che stava a casa a fare le pizze che io li combattevo col mostro invisibile e che faceva paura esattamente come tutto ciò che è sconosciuto e mortale. Oggi a settembre nessuno si chiede più come stanno “gli eroi” se la notte dormono se mangiano se sbottano al primo fastidio se stanno relegati a casa se hanno fatto le vacanze”a Malta in Sardegna in Grecia”
Nessuno se lo chiede ma lo dico io
NO sono fermi ai mesi di febbraio e marzo a cercare di mettere insieme i pezzi di quel vaso rotto.
Noi ci siamo c’eravamo e ci saremo, ma vorrei non avere riconoscimenti ma essere riconosciuti!!!!
Che la politca viva di smemoratezza ne ero convinta e non so nemmeno se valga la pena urlare ai sordi!!! Ma di una cosa sono certa rimettero’ insieme i cocci e continuerò ad andare in quel posto chiamato Limbo ad essere più forte.

Abbiamo combattuto quel nemico, purtroppo non sempre riuscendo a vincere

Mi ricordo bene quel giorno in cui si iniziò a parlare dei primi casi di Codogno, salì subito la mia preoccupazione. In poco tempo, come una furia, il covid prese il sopravvento e tra i nostri pazienti, in pronto soccorso, davvero in pochi risultavano negativi alla tac. Non dimenticherò mai quei corridoi stracolmi di persone: lo spazio non bastava mai, le barelle, le sedie in ogni dove, i pazienti che non respiravano, la coda delle ambulanze, le sirene dei codici rossi. Quei corridoi diventarono ben presto il nostro incubo peggiore, ed ancora adesso capita di sognarseli, perché a volte la notte ancora non si dorme. Il Covid segna e ha lasciato un brutto segno sia agli ammalati sia a chi prestava loro assistenza. Iniziammo poi anche noi infermieri, medici ed oss ad ammalarci, uno dopo l’altro. Quando iniziai io a stare male, dopo l’ennesimo brutto turno in pronto soccorso, mi provai la temperatura: 38,5. “Ecco, ci siamo” pensai. Le lacrime iniziarono a scendere, la paura mi sovrastò in un attimo. Io, che ero sempre stata così attenta: doppi, tripli guanti, tutona, cuffia, calzari, maschera ffp2. Sempre meticolosa nella vestizione ed ancora di più nella svestizione. Ma non era bastato, difatti esito del tampone positivo. Più di tre settimane a casa, ma grazie a Dio, ho sempre respirato da sola, al contrario di tanti miei pazienti. In quelle settimane provai a metabolizzare tutto quello che stava accadendo, ancora non volevo credere che fosse successo davvero, non potevo sopportare l’immagine di tutte quelle persone star male ed essere sole, lontane dai proprio cari. Non potevo accettare il ricordo impresso dei parenti che accompagnavano il proprio famigliare e che sulla porta del triage dovevano salutarlo, in pochi attimi, forse per l’ultima volta. Non potevo, ed ancora oggi non riesco ad accettare tutto ciò che questo dannato Covid ha provocato. Noi sanitari, vi assicuro, abbiamo dato il massimo, spesso con il nodo alla gola, con le lacrime agli occhi e con il cuore infranto. Abbiamo combattuto quel nemico, purtroppo non sempre riuscendo a vincere. Non capisco come possa esserci gente che continui a negare quello che è successo, quello che è stato è quello che continua ancora ad essere. Forse vi sarebbe bastato passare un minuto del vostro tempo al mio fianco, dentro al pronto soccorso, lungo quei corridoi, che non dimenticherò mai, fatti di sofferenza, pieni di rabbia, stracolmi di covid.