Occhi spenti

Riflessioni del 25.3.20

Da un mese circa siamo stati catapultati in questa realtà che gradualmente ha sovvertito la nostra normalità. Un pronto soccorso di provincia che ora è chiuso e declassato a PPI. Un servizio 118 che gestiva traumi, stemi e stroke oggi opera solo su servizi covid. Ci si veste e sveste ormai in automatico, si prende il minimo indispensabile e si va a valutare il paziente. Parametri vitali, età, farmaci, patologie di base. Va ospedalizzato? È stabile? Decisione spesso prese da soli. La Centrale Operativa è intasata e non ti risponde. Sei il sanitario sul posto e devi decidere. In fretta. Lo lasci a casa perché è stabile. “Avrò fatto bene?” Il giorno dopo si aggrava, lo ospedalizzano, muore. “Avrei dovuto mandarlo in ospedale? Valutarlo diversamente? Avrò sbagliato qualcosa? Non sarò stata all’altezza?” Lo ospedalizzi, muore qualche giorno dopo in ospedale. Solo. Lo carichi in ambulanza e i parenti non sanno che sarà l’ultima volta che lo vedranno. Nemmeno da morto lo potranno vedere. Non avrà diritto nemmeno a un funerale.” Avrei potuto lasciarlo a casa farlo morire con l’affetto dei familiari? Saranno stati così fondamentali quei giorni di ospedale o saranno stati una tortura inutile?” Ho cominciato a dire ai familiari cosa farei io se dovessi decidere. Che poi, se si trattasse veramente di me, dei miei… Non lo so che farei. Come si fa a non nutrire la speranza nella guarigione? Nel miglioramento? Questo periodo lascerà in noi ferite profonde. In reperibilità facciamo quasi solo trasferimenti covid da una rianimazione all’altra. Ci vestiamo con tute, copricalzari, maschere e visiere. Entriamo in reparto. Il silenzio spettrale è rotto soltanto dal rumore dei respiratori. Nelle stanze colleghi che scrivono parametri e li attaccano alle porte a vetri. Infermieri, medici e oss lavorano silenziosi quasi avessero paura di svegliare i loro pazienti. Corpi addormentati e tormentati da tubi e fili di ogni genere. Sotto alle visiere, dietro alle maschere, visi tristi e provati. Occhi spenti. Abbiamo perso il sorriso. Noi che abbiamo sempre trovato il buono in ogni cosa. Noi che continuiamo a non arrenderci. Come si sopporta tanta disperazione, tanto dolore? Quanto reggeremo ancora prima di crollare?

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