Un viaggio dantesco

Tutto questo periodo lo paragono alla selva oscura!
Cosi come per Dante, affrontare il Covid, é stato, è, e sarà un viaggio che dobbiamo affrontare insieme al nostro Virgilio personale, incontrando tanti personaggi, passando per vari gironi infernali.
Mi sono ritrovata a trovare un piccolo Virgilio in ognuna delle persone che mi ha accompagnato in questo periodo: dal paziente al collega, dal familiare al conoscente, ritrovandomi, se pur sola fisicamente, a non sentirmi sola nell’affrontare i vari gironi.

Inizialmente fu:
“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va nella perduta gente..
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”

E quando liti causate da paura e stress ormai sono divenute all’ordine del giorno:
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”

E nell’apprendere che colleghi sono a casa in ferie forzate:
“Colui Che fece per viltà lo gran rifiuto.”

E ad ognuno di noi che si interrogava sul perché di ogni cosa, sul perché è accaduto tutto questo, sul perché dobbiamo lavorare così, sul perché dobbiamo fare delle scelte, sul perché della carenza di DPI… PERCHE’????:
“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.”

E quando vedo tutti quei pazienti che vengono da tanti paesi sparsi per l’Abruzzo, soli, intimoriti, a cui bisogna comunicare che devono essere intubati e che quindi è il caso che chiamino casa per salutare, e ti guardano con occhi speranzosi e impauriti ( è il momento peggiore per me):
“Figliuol mio, disse ‘l maestro cortese, «quelli che muoion nell’ira di Dio tutti convegno qui d’ogni paese; e pronti sono a trapassar lo rio chè la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disìo.”

Quando mi avvicino a loro, pronta a montare un casco CPAP/ NIV, tutta carica di speranza e orgogliosa della mia conoscenza che, ora come non mai posso mettere a disposizione di chi soffre:
“Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire”

E quando capita di avere famiglie ricoverate, o di far ricongiungere moglie e marito nel reparto di degenza:
“Amore ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte. Caina attende chi a vita ci spense”

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore”

E quando, in situazioni di caos ognuno si sente “Re indiscusso” della conoscenza e dell’esperienza:
“Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offende!”

“Quanti si tegnon or là sù gran regi che qui staranno come porci in brago, di sé lasciando orribili dispregi!”

Quando i pazienti urlano, piangono perché vogliono tornare a casa e dai loro cari:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”

Quando presa dalla stanchezza inizio a pensare che non so più fare il mio lavoro:
“O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi strani.”

Quando sento di tante “ingiustizie”:
“La frode, ond’ogne coscïenza è morsa, può l’omo usare in colui che ‘n lui fida e in quel che fidanza non imborsa. Questo modo di retro par ch’incida pur lo vinco d’amor che fa natura; onde nel cerchio secondo s’annida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura”

Ogni smonto notte in cui vado a salutare il mare:
“O sol che sani ogne vista turbata, tu mi contenti sì quando tu solvi, che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.”

Quando nel caos e attanagliata dalla stanchezza non si riesce a capire chi deve fare cosa:
“Cred’io ch’ei credette ch’io credesse.”

Quando vedo che le terapie fanno effetto:
“O somma sapïenza, quanta è l’arte che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, e quanto giusto tua virtù comparte! “

E quando prendo ancora più fiducia in chi permette che la comunità scientifica, il personale sanitario siano al massimo delle proprie capacità:
“Maestro, i tuoi ragionamenti mi son sì certi e prendon sì mia fede, che li altri mi sarien carboni spenti”. “

E poi… quando mi rendo conto delle condizioni estreme in cui lavoro, quando mi rendo conto che a volte uso modi che possono sembrare scortesi nei riguardi di pazienti e colleghi, una tra le mie preferite:
“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”

e per riprendermi dalla tristezza mi ripeto questo verso e.. riparto..perchè si deve ripartire per forza:
“..e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo”

In alcuni giorni mi sembra di vivere con il pilota automatico, di sopravvivere:
“Io non mori’ e non rimasi vivo: pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, qual io divenni, d’uno e d’altro privo.”

Ma oggi, ci troviamo nel bel mezzo della fase due! Si sale in Purgatorio, e quindi..

Salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…

..puro e disposto a salire le stelle..

amor che move il sole e l’altre stelle!

Noemi.

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