…un po’ come mettere a costruire un muro un liutaio, uno scrittore e un panettiere

Da un giorno all’altro, mentre l’Italia chiudeva, a noi operatori sanitari sono state annullate le ferie e raddoppiati i turni, ma quasi non ce ne siamo accorti. Abituati da sempre al sottile senso di colpa nei confronti delle nostre famiglie per weekend, feste e notti passate in ospedale anziché con i nostri cari abbiamo avvertito un vago sollievo. “Stasera non ci sono a cena”, “Questo weekend lavoro”, “Possiamo festeggiare il compleanno di papà venerdì anziché giovedì? Perché faccio notte”.
All’improvviso tutto il resto del mondo è a casa, non organizza feste, non progetta weekend fuori porta, non compra biglietti di concerti ed eventi. Nessuna desiderata, nessun “Speriamo che martedì mi capiti di fare mattino così riesco ad andare a Yoga”. Da un giorno all’altro lavorare in questo mondo ribaltato è diventato quasi un privilegio: siamo gli unici ad uscire di casa, gli unici a percorrere la città deserta, il traffico ormai un ricordo lontano, e a sapere se fuori fa freddo o c’è il sole. I nostri familiari sono sempre a casa, al mattino, se facciamo pomeriggio, tutto il giorno, se facciamo notte. La gente ci applaude, ci regala del cibo, ci chiama eroi, i supermercati ci fanno saltare la coda.
In questa bolla dove la domenica è uguale al giovedì anche i turni lo sono. Non esiste più un weekend libero e d’altro canto non sapremmo cosa farcene. L’organizzazione normale dell’ospedale si basa su risorse più abbondanti nei giorni feriali rispetto ai festivi quando gli ambulatori chiudono, gli interventi programmati non ci sono, molti specialisti sono reperibili da casa solo per le urgenze, gli esami diagnostici di secondo livello non vengono eseguiti. Il lavoro, anche per chi rimane, è in genere minore. Il numero di esami da chiedere e da controllare, di consulenti da chiamare, di procedure da seguire è limitato. Da un mese a questa parte, invece, viviamo in un lungo, affollato, weekend di lavoro. I servizi non essenziali sono tutti sospesi, gli esami di secondo livello sono banditi: una sola malattia, poche cure, tanta necessità di assistenza, tutta urgente.
Per noi dei servizi di emergenza i turni sono aumentati e variati lo stesso, nel tentativo di tenere dietro alla riorganizzazione dell’ospedale, ma tantissimi colleghi, pur di non stare a casa a sentirsi “inutili” si sono proposti per turni in più, per sostituire un collega malato, per alleggerirne uno stanco.
Tutto l’ospedale ci sta dando una mano. 100 letti di medicina interna sono stati convertiti in posti covid a bassa intensità, la chirurgia generale è diventato un reparto Covid, 10 letti nel reparto di urologia si sono trasformati in una subintensiva (da sommare ai nostri 14), due piani di sale operatorie ospitano 14 letti di rianimazione (il 110% in più dell’era pre-covid) e 30 posti letto sono stati ricavati persino nella chiesa.
Mano a mano che i reparti di degenza si sono trasformati in reparti Covid tutti si sono rimboccati le maniche e anche gli specialisti delle branche più lontane dalla medicina d’urgenza si sono attrezzati. L’altra notte nel mio ospedale il medico di interdivisionale, incaricato di supervisionare un centinaio di malati sparsi in più reparti, era un neurochirurgo. Il cardiologo come il chirurgo maxillo-facciale aiutano gli internisti nella gestione dei malati Covid a bassa intensità, specializzandi neo-assunti sono stati buttati nella mischia.
È un po’ come mettere a costruire un muro un liutaio, uno scrittore e un panettiere, ma in fondo le barricate le hanno sempre tirate su i cittadini e se c’è un capomastro a dirigere i lavori capita anche che il muro venga su dritto.

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