Gli occhi, quelli pure si riconoscono

La mattina del 10 marzo, nella sala d’attesa del day surgery oculistico si ritrovano sette anestesisti. Lavoriamo nella casa di cura più grande della regione Marche. L’epidemia ha rottogli argini, gli ospedali pubblici non bastano più e anche a noi tocca affrontare il “mostro”.
Ci chiedono di allestire 8 posti di terapia sub-intensiva ( che dopo pochi giorni diventeranno 15). Come responsabile del servizio chiedo la disponibilità dei colleghi. Nessuno si tira indietro e visto che sono tutti libero professionisti avrebbero potuto farlo.
Ci organizziamo per turni, schemi di terapia, di cui abbiamo solo vaghe indicazioni, esami di routine, esami diagnostici. Usciamo insieme per un caffè al bar della clinica, che per oltre due mesi sarebbe stato l’ultimo.
Comincia l’attesa dell’arrivo dei pazienti.
Il 16 marzo sono nel corridoio dell’amministrazione deserta Nicoletta, la nostra direttrice sanitaria mi guarda e mi dice quasi anche lei con l timore di comunicarmelo: Mauro, tra poco arriva la nostra prima paziente. Sono le 4 del pomeriggio. Lo sapevo. Ma è lo stesso un pugno allo stomaco. E cerco di razionalizzare, di mettere in sequenza i movimenti della vestizione e della svestizione. Di pensare solo a come affrontare il mio primo caso. L’ecografia polmonare, quale supporto di ventilazione, quale terapia.
Poi mi avvio verso quel reparto che sembra un piccolo bunker, cercando di non pensare alla paura che quasi mi impedisce di spingere il maniglione della porta. Ma lo spingo e trovo le voci. I volti sono irriconoscibili. Ma le voci le conosco bene però e mi rincuorano. E gli occhi. Quelli pure si riconoscono. Cerco di mostrarmi disinvolto e sicuro. Devo dare il buon esempio. Ma mentre mi infilo la tuta il cuore sembra impazzire. Mi ripeto, stai calmo, segui le regole, andrà tutto bene. Entro nella stanza cercando di non pensare che quella anziana donna che sto visitando è diversa da tutte quelle che in tanti anni ho visto e che mi appare come una minaccia incombente. Mi faccio portare l’ecografo, mi concentro sulla sonda e sulle scansioni da fare. Vorrei restare il meno possibile lì dentro. Ma c’è da fare la cartella, l’anamnesi, un minimo di esame obiettivo. Torno in infermeria. Scrivo tutto con cura. Poi la svestizione con un senso di sollievo e il timore di sbagliare qualcosa.
Esco dal bunker. Scendo. Racconto. E penso che non sarà facile. Che non esistono solo le canzoni diffuse dal balcone. E le scritte arcobaleno con… andrà tutto bene… ce la faremo. Che i giorni seguenti non saranno fatti di una comoda attesa dentro casa. Che la medicina che tanto mi ha dato richiede ora un suo tributo.
Ma realizzo pure che non sarò solo. Che negli occhi e nelle voci di quel pomeriggio ha rivisto me stesso con tutta la mia ansia. Che avrò sostegno, conforto, solidarietà, amicizia.
Si comincia. L’attesa è finita. La nave affronta la tempesta. Ma l’equipaggio è pronto.

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