Col Moschin

Quando ci mandano ad assemblare l’ennesima Terapia Intensiva dedicata ai pazienti COVID, ci soprannominano “Col Moschin”. A qualcuno piace, dà la carica; io invece storco il naso: sono una rompiscatole e le metafore belliche non mi sono mai piaciute.
Siamo una manciata di anestesisti un po’ incoscienti e un schiera di infermieri dalle provenienze più disparate: ci presentiamo con una gomitata nel sotterraneo, davanti alla porta delle sale operatorie. Neppure il tempo di chiedersi “Da dove vieni?” che già ci sono ventilatori da posizionare, percorsi da inventare, liste di farmaci da procurare. Una striscia di nastro adesivo delimita le aree contaminate, uno scatolone di cartone fa da archivio, l’emogasanalizzatore dove lo appoggiamo? Mettiamo qui acqua e caramelle, prima che collassi qualcuno… accidenti se è lontano il bagno, bisogna ricordarselo!
Un attimo dopo arrivano i pazienti, con le loro storie, il loro carico di sofferenza. Seppelliti in cubi di muratura senza finestre, sotto la luce gelida della sala operatoria, in un luogo che non riconoscono, circondati da goffi astronauti di cui non si indovina neppure lo sguardo. Lontani dai loro cari, ignari della primavera che fuori esplode luminosa, annaspano per trattenere ogni atomo di ossigeno, lanciano silenziose grida d’aiuto.
Noi ci limitiamo a spegnere i loro incubi con la sedazione, a cacciare via le infezioni opportuniste a colpi di antibiotici; ventiliamo, nutriamo, idratiamo.
Ma sono loro a combattere davvero la battaglia.
M. che, alla fine, riuscirà a sillabare: “Ha visto dottoressa, nonostante tutto ho ancora lo smalto a posto.”
W., con il suo caratteraccio, che appena comincerà a migliorare appena mandarà a quel paese noi e i parenti al telefono.
C., che troverà l’energia di sorridere il giorno in cui le appoggeremo un pezzettino di cioccolata sulla lingua.
F., con la sua storia clinica così lunga che nessuno l’ha mai capita del tutto.
A., che morirà davanti al telefono, in videochiamata con le figlie riunite per dirgli addio.
E tanti altri.
I veri “Col Moschin” sono sempre stati loro.

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