Come un lungo cammino di cui non si intravvedeva mai la fine

Ho scritto di cose ormai passate. E’ importante comunque scriverne per non dimenticarle.

Mi sono accorto di avere la febbre la domenica sera prima di prendere servizio di notte. 38.3°C al termometro in terapia intensiva. Quella sarebbe stata la mia quarta notte di guardia in una settimana più i turni di giorno e una quinta notte di reperibilità. Erano due giorni che mi sentivo molto stanco ma, non avendo mai avuto febbre, pensavo si trattasse di sola stanchezza. Ricordo che camminavo come se avessi i piedi incollati a terra. Ora credo invece che fosse l’esordio dell’infezione.

Ho avvertito subito il mio primario che quella notte sarebbe stato di turno con me e mi sono recato in pronto soccorso. Sono stato accolto dall’infermiere di triage che mi conosceva e mi ha trattato con grande gentilezza. Ho fatto i prelievi e la lastra e poi, avuti i risultati, sono stato visitato dall’internista di guardia. Non avendo dispnea e con una lastra pulita mi ha spiegato che avrei dovuto rimanere a casa in quarantena.

A casa sono tornato da solo. Il mio primario si era offerto di trovarmi qualcuno per riaccompagnarmi ma non è stato necessario. Solo a casa ho avvertito i miei figli di quanto stava succedendo e abbiamo velocemente elaborato un piano. Sarei rimasto confinato nella mia stanza con un bagno e un terrazzo a disposizione. Nessuno sarebbe dovuto entrare in stanza e qualsiasi cosa mi avessero portato avrebbero dovuto lasciarla davanti alla porta. Solo posate e stoviglie di plastica. Mi sono rifornito anche di guanti e mascherina. Ogni rifiuto l’avrei chiuso in sacchetti ed eliminato con la spazzatura. Non avevo più febbre ma avevo sempre brividi. Prima di addormentarmi mi sono spogliato completamente e lavato con cura.

Ripensando a quanto avevo visto in clinica, sono stato maledettamente fortunato. Ho avuto febbre solo per 4 giorni e mai più di 38°C. Cercavo di non dormire durante il giorno per non rimanere sveglio durante la notte. Ho passato molte ore ascoltando i rumori della casa e imparando a riconoscere i passi dei miei figli.

A differenza di altri ho conservato la sensibilità ai sapori e agli odori ma mi sono accorto di avere sviluppato una marcata sensibilità per il salato. Ho sempre bevuto acqua frizzante ma ora era impossibile. Era come bere acqua salata. Quando ho cercato di mangiare del pane, ho dovuto rinunciare. Era quasi come se fosse stato immerso in una salamoia. Lo stesso per i formaggi. Sembrava di mandare giù sale puro. Soprattutto non avevo appetito. Un giorno ho mangiato una patata ma solo a piccoli pezzi, masticando a lungo e facendo lunghi intervalli fra un boccone e l’altro. Il giorno successivo ho invece preso del riso ma non sono neanche riuscito a finirlo.

In quei giorni ho ricevuto telefonate e messaggi da molti colleghi e amici. Mi ha anche chiamato la mia dottoressa di base che mi ha raccontato come avesse visitato i pazienti per giorni senza neanche la mascherina e che l’unica a sua disposizione fosse stata quella regalata da un paziente. Mi ha chiamato anche il sindaco del paese per sapere come stavo. Mi ha lasciato il suo numero di cellulare e tutta una serie di indirizzi di negozi in paese a cui ordinare per telefono quanto mi serviva. Anche il numero di un gruppo di volontari che sarebbero andati in farmacia per procurarmi quanto mi serviva. Nei giorni successivi il sindaco mi ha richiamato più volte sempre per informarsi sulle mie condizioni.

Dopo quattro giorni mi sono svegliato una mattina senza più febbre. Soprattutto mi sono accorto di essere tornato completamente me stesso. Non più malessere né astenia e l’appetito tornato completamente. Così è cominciata l’attesa di tornare in clinica per rifare il tampone e riprendere servizio. Ore e giorni chiuso in stanza, scambiando conversazioni con i figli attraverso la porta e ricordando quanto successo i giorni e le notti prima in clinica. Come un lungo cammino di cui non si intravvedeva mai la fine.

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