Renata ha vinto, insieme a noi

Ricordo ancora quando Renata è arrivata nel mio modulo, già sedata e intubata. La prima cosa che venimmo a sapere è che era infermiera. Fa strano dirlo, perché tutti i pazienti devono essere trattati allo stesso modo, però quando sai di avere di fronte un sanitario, uno di noi, è tutto diverso. Inizi a domandarti dove potesse aver contratto il covid19, se a lavoro, se a casa a contatto con i familiari, se in giro al supermercato vivendo la vita di tutti i giorni. Renata era giovane, una donna di mezza età con qualche kg di troppo, un’anamnesi sporcata solo da un’ipertensione in trattamento e poco altro. I suoi “numeri” facevano spavento: valori emogasanalitici allucinanti, indici di flogosi alle stelle, una lastra del torace inguardabile. Prima del primo ciclo di pronazione, appena giunta in reparto e su consiglio di Stefano (collega più esperto che quando si tratta di dare consigli non si tira mai indietro), posizionai un catetere ad alto flusso nella sua vena femorale, uno di quelli da dialisi. Ci sarebbe dovuto servire per usare un filtro speciale che chelasse e sottraesse dal circolo quelle che sono le citochine pro infiammatorie che stavano distruggendo i polmoni di Renata. Quel pomeriggio iniziò anche a gorgogliare, come se si fosse rotta la cuffia del tubo endotracheale, iniziò a disventilare, a desaturare ulterirormente. Pioveva sul bagnato. Avevo Maria Paola con me, infermiera e collega straordinaria: in tempi record mi passò il laringoscopio e tutto il materiale per riposizionare e rifissare adeguatamente il tubo endotracheale. Infine pronammo Renata.
Nonostante ciò rimase inventilabile, con polmoni rigidissimi, pressioni elevatissime. Ed è in quei momenti che le pensi tutte e tenti di ricordare gli articoli di quelli che per un Anestesista-Rianimatore sono i veri guru: ricordi dei consigli di Gattinoni, uno dei padri della ventilazione meccanica. Tollero un po’ di ipercapnia mi dicevo, devo trovare la sua best peep mi dicevo, devo evitare queste pressioni di plateau esagerate, piuttosto vado su di frequenza. Driving pressure massimo di 14, non posso stressarle il parenchima già devastato che si ritrova. E’ abbastanza miorilassata Renata? provo a fare un ulteriore bolo
di curaro. Nessun risultato. Durante quella prima notte usammo il filtro per le citochine ed il collega tentò in tutti i modi di ventilare Renata al meglio. Il giorno seguente situazione ancora più drammatica, la sua patologia stava evolvendo verso un quadro sempre peggiore, che ci lasciava poche speranze. Il figlio al telefono faceva poco rumore, ascoltava, sospirava, si azzardava nel fare solo alcune domande. Mi chiese delle percentuali di sopravvivenza pur sapendo che non potevo dargliele: quel giorno mi salutò con la voce
rotta dal pianto. Introducemmo cortisonici e terapia antibiotica ad ampio spettro, proseguimmo nei faticosissimi clicli di prono supinazione giornalieri, con la collaborazione dei nostri straordinari infermieri.
Ricordo di un giorno in cui diedi consegne a Luna, mia giovane collega e amica neo assunta come me. Era la prima volta che seguiva Renata: dopo 1 ora mi telefonò informandomi che era ulteriormente peggiorata. Fu in quel momento che iniziò lo sconforto, quel momento in cui io stesso ed i miei colleghi, pur continuando a provarci, perdemmo le speranze di farcela. Il giorno seguente mi recai al lavoro pensando ai vari programmi giornalieri. Quando pensai a Renata mi vennero in mente solo le carte per la constatazione di decesso.
Tuttavia continuammo per la nostra strada: ci vuole pazienza, bisogna crederci. Con i pazienti rianimatori bisogna crederci fino alla fine, sempre. Me lo ha insegnato Miria, professionista gigantesca, una delle mie maestre. Ed infatti qualcosa accadde, in un paio di giorni Renata iniziò a virare. Condizioni via via in miglioramento, interruzione delle faticose pronazioni giornaliere, inizio dello svezzamento dal ventilatore, alleggerimento della terapia sedativa, scambi respiratori in progressivo e inesorabile incremento. Renata si è svegliata dopo qualche giorno in un posto nuovo, che non conosceva, senza ricordare nulla. Renata è stata estubata e dopo poco tempo dimessa in un altro reparto dove potesse proseguire il suo iter terapeutico lontano da una terapia intensiva. La sono andata a trovare Renata: stava facendo i bisogni nella padella. Mi salutò con un sorriso, imbarazzata per la situazione. Ed è stato in quel momento che ho capito una cosa: nel nostro mestiere si perde spesso ma a volte si vince anche. Renata ci ringraziò con le lacrime agli occhi, sarebbe tornata da suo figlio e nel suo reparto di ospedale, come professionista e non più come paziente. Renata aveva vinto, insieme a noi.

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